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Gay & Bisex

Qualcuno sta guardando


di Brat80
21.03.2026    |    2.129    |    2 8.8
"Milano sotto di lui era una distesa di luci che sembravano tutte impegnate a fare qualcosa di urgente, mentre lui stava lì, immobile, dentro una conversazione che non portava da nessuna parte..."
Gian abitava in un attico che sembrava più un rendering che una casa. Superfici lisce, luce chirurgica, oggetti messi lì come se qualcuno dovesse fotografarli ma non usarli mai. Anche lui, in fondo, era un oggetto ben posizionato.
Alle sette del mattino era già sveglio, non per disciplina ma per estetica. Sudare, per Gian, era una questione di narrativa. Il corpo doveva raccontare qualcosa, possibilmente una storia in cui lui risultasse sempre interessante, mai completamente leggibile.
Indossava una felpa Balenciaga così larga che avrebbe potuto ospitare una famiglia media e usciva. Nel riflesso dell’ascensore si guardava con quell’aria da “so qualcosa che tu non sai”, anche se spesso quel qualcosa era semplicemente che aveva dormito poco e bevuto troppo caffè.
In palestra lo chiamavano “lo stilista”, anche se nessuno aveva mai visto un suo abito. Lui non correggeva. Non correggeva mai niente. Lasciava che le persone costruissero versioni di lui, come si fa con le statue incomplete.
-Ma tu fai il modello, vero?- gli chiese una volta un ragazzo, uno di quelli che contano le proteine anche nell’aria.
Gian sorrise, lento. -Dipende chi guarda.-
Era la sua risposta preferita, perché non voleva dire nulla e insieme sembrava dire tutto. Il ragazzo annuì, confuso e leggermente sedotto da quella frase che, a pensarci bene, non portava da nessuna parte.
Gian amava quel punto esatto: l’anticamera del senso.

La sera, invece, diventava un’altra cosa.
Non meno costruita, ma più… scivolosa.
Apriva il laptop, si versava un bicchiere di qualcosa di costoso e iniziava a scrivere. Racconti brevi, taglienti, pieni di uomini che non chiedevano permesso e di desideri che non facevano sconti.
Non erano storie esplicite, no. Erano peggio. Suggerivano. Accennavano. Si fermavano sempre un secondo prima del gesto, lasciando chi leggeva in una specie di sospensione febbrile.
Gli piaceva immaginare chi c’era dall’altra parte dello schermo. Poi però la fantasia si rompeva puntualmente.
Perché dopo la pubblicazione arrivavano i messaggi.
E i messaggi erano… una punizione.
Foto tremolanti, luci sbagliate, corpi lasciati andare come divani dimenticati su un balcone. Angolazioni aggressive su dettagli che nessuno aveva chiesto. Descrizioni che iniziavano con “ciao bello” e finivano in territori che Gian chiudeva con un clic quasi sportivo.
-È incredibile,-mormorava, scorrendo. «
-Io parlo di tempesta e mi rispondono con una pozzanghera.-
Eppure continuava.
Perché non stava cercando davvero qualcuno. Stava cercando quella sensazione precisa: il momento in cui qualcosa potrebbe accadere.
Non l’atto. Non la conclusione.
Il prima.

Una notte, però, successe qualcosa di leggermente diverso.
Un messaggio senza foto.
Solo una frase:
“Scrivi come uno che non si accontenta.”
Gian rimase immobile qualche secondo, come se qualcuno avesse bussato a una porta che lui stesso non sapeva di avere.
Rispose:
“E tu leggi come uno che capisce troppo.”
Tre puntini. Poi niente.
Niente per minuti che sembravano ore. Gian appoggiò il telefono, si alzò, fece due passi nel suo attico perfetto che improvvisamente sembrava troppo silenzioso.
Quando il telefono vibrò, non lo prese subito. Lo guardò. Come si guarda qualcosa che potrebbe cambiare l’aria nella stanza.
Il messaggio era breve:
“Domani. Stessa ora. Scrivi qualcosa che non pubblicherai.”
Gian sorrise.
Finalmente qualcuno che non voleva consumare. Voleva restare nel bordo.
E lui, nei bordi, era sempre stato bravissimo.
Si versò un altro bicchiere. Non per abitudine, ma per celebrare.
Perché forse, per la prima volta, qualcuno non stava cercando Gian.
Stava cercando il suo non detto.
E lì dentro, in quello spazio sospeso, Gian era pericolosamente reale.

Il giorno dopo, Gian non si allenò.
Già questo, per lui, era quasi un atto sovversivo. Il corpo chiedeva il rituale, la pompa, lo specchio. Ma quel messaggio aveva spostato qualcosa, come quando cambi di poco la posizione di un quadro e tutta la stanza sembra diversa.
Restò a casa.
Indossava solo un paio di pantaloni morbidi, niente felpa oversize, niente costruzione. La pelle respirava e, per una volta, non era lì per essere guardata.
Accese il laptop.
Schermo bianco.
Cursorino che lampeggia come un metronomo impaziente.
“Scrivi qualcosa che non pubblicherai.”
Gian appoggiò le dita sulla tastiera, ma non iniziò subito. Era abituato a scrivere per essere letto, per costruire quell’effetto preciso, quell’ambiguità calibrata.
Qui no.
Qui qualcuno gli stava chiedendo di togliere il trucco alla frase.
E la cosa, stranamente, lo eccitava più di qualsiasi fantasia.
Scrisse.
Non una storia. Non davvero.
Frammenti.
Un uomo che entra in una stanza senza bussare.
Il suono di una zip che non si sente ma si immagina.
Il peso di uno sguardo che resta addosso più delle mani.
Si fermava spesso. Cancellava. Riscriveva.
Non c’era più l’idea del pubblico. Solo quella presenza invisibile che leggeva senza consumare, che stava lì come una corrente sotto pelle.
Quando finì, non rilesse.
Chiuse il file.
Per qualche secondo restò fermo, come se avesse appena fatto qualcosa di leggermente pericoloso, ma elegante.
Poi il telefono vibrò.
Alle stesse identiche ore.
Come un appuntamento che non era mai stato fissato ma che entrambi avevano rispettato.
Messaggio:
“Fatto?”
Gian rispose subito, senza costruire:
“Sì.”
Silenzio.
Poi:
“Ti è piaciuto?”
Gian sorrise. Non alla domanda. Al fatto che fosse quella la domanda.
“Non lo so ancora.”
Tre puntini. Più lunghi del solito.
“Bene.”
Gian si alzò, andò verso la finestra. Milano sotto di lui era una distesa di luci che sembravano tutte impegnate a fare qualcosa di urgente, mentre lui stava lì, immobile, dentro una conversazione che non portava da nessuna parte.
Ed era esattamente quello il punto.
Nessuna richiesta. Nessuna foto. Nessuna prova.
Solo tensione.
“Domani esci,” arrivò il messaggio.
Gian aggrottò leggermente le sopracciglia.
“Dove?”
“Non importa.”
“Con chi?”
“Non con me.”
Gian rise, piano. Quasi un respiro.
“E quindi?”
“Voglio vedere cosa succede quando non puoi controllare la scena.”
Questa, più di tutte, lo colpì.
Perché Gian era la scena.
Sempre.
Ogni outfit, ogni risposta ambigua, ogni storia scritta a metà: tutto serviva a restare in controllo, anche quando sembrava il contrario.
Qui qualcuno stava chiedendo il contrario.
Di uscire… senza regia.

La sera dopo, Gian si vestì.
Ma non come al solito.
Aprì l’armadio pieno di possibilità teatrali e lo richiuse. Scelse qualcosa di quasi normale. Quasi.
Un compromesso che lo metteva leggermente a disagio, come una parola detta senza ironia.
Uscì.
Non sapeva nemmeno bene dove andare, e questo lo irritava e lo elettrizzava insieme.
Camminava per strada con quella sensazione nuova, come se qualcuno lo stesse guardando senza essere lì.
Non per giudicarlo.
Per leggere cosa faceva quando smetteva di essere Gian.
Il telefono vibrò.
“Descrivi.”
Gian si fermò sotto un lampione. Non rispose subito.
Poi scrisse:
“Non sto recitando bene.”
Risposta immediata:
“Perfetto.”
E in quel momento Gian capì.
Non era un gioco di seduzione.
Era peggio.
Qualcuno stava smontando il suo linguaggio pezzo per pezzo, togliendo le impalcature, lasciandolo… nudo in un modo che non aveva niente a che fare con il corpo.
E lui, invece di scappare, restava.
Con una curiosità quasi feroce.
“Adesso entra da qualche parte,” arrivò.
Gian alzò lo sguardo.
Davanti a lui, un bar qualunque. Luci calde, gente distratta, nessun tipo di narrativa.
Esattamente il contrario di lui.
Sorrise. E spinse la porta.
Per la prima volta, senza sapere che versione di sé sarebbe entrata.
E, soprattutto, senza sapere chi, dall’altra parte dello schermo, stava davvero guardando.
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